domenica 12 agosto 2018

Le Sei lezioni nella Pampa

Le Sei lezioni di economia sono state tradotte in spagnolo dagli amici argentini e verranno presto pubblicate. Sperabilmente seguirà un'edizione per la Spagna. Pubblichiamo l'introduzione all'edizione argentina che fa il punto della situazione economico-politica a due anni dall'uscita del libro.


Introduzione all’edizione argentina
Sergio Cesaratto

Questo libro è nato in un particolare momento storico per l’Italia. L’elevato tasso di sviluppo economico del secondo dopoguerra è andato nei decenni affievolendosi sino alla recente crisi europea e alle successive assurde politiche adottate che hanno lasciato il Paese più impoverito, sfiduciato, invecchiato e non solo in un senso demografico. Questi anni di crisi hanno tuttavia stimolato migliaia di persone, in particolare giovani, a cercare di capire le ragioni economiche della crisi e delle politiche adottate. Sono stati, in sintesi, gli anni di una riscoperta di massa di Keynes.

Questa consapevolezza di massa si è diffusa, com’è ovvio, attraverso i social network ed i blog.  La diffusione delle idee della Modern Monetary Theory (se ne parla nella quarta lezione) hanno contribuito a questa presa di coscienza, così come i libri e il blog di Alberto Bagnai, docente di economia e ora Presidente della Commissione bilancio del Senato. Il lavoro divulgativo di economisti eterodossi come me si è intensificato sin dal 2009. Il pericolo era, tuttavia, che la diffusione delle analisi economiche keynesiane, pur importante per la critica alle politiche economiche monetariste prevalenti in Europa, non fosse accompagnata da una cognizione più profonda della critica dell’economia politica dominante che gli economisti eterodossi conducevano da svariati decenni, anche indipendentemente dalla lezione keynesiana. L’analisi economica eterodossa, pur minoritaria, è però molto composita. Nel suo ambito mi sembra che la scuola più rigorosa e completa sia quella che si rifà alla lezione di Piero Sraffa. Il rigore di Sraffa è leggendario, e la sua impronta rimane sulla scuola. La completezza deriva dal fatto che l’impostazione sraffiana provvede, nella sua pars destruens, a una critica analitica esauriente della analisi neoclassica (o marginalista come preferiremo dire) dominante, mentre nella sua pars construens propone sia una teoria dei prezzi e della distribuzione del reddito alternativa a quella dominante, che un’analisi della determinazione di livello e crescita del reddito che perfeziona quella keynesiana. Le prime tre lezioni sono dunque finalizzate a presentare in termini accessibili questa impostazione. L’obiettivo finale del libro rimane tuttavia quello di dotarsi degli strumenti per comprendere la crisi europea e per criticare le relative politiche economiche. Questi strumenti sono naturalmente utilizzabili in altri contesti regionali. Attraverso la quarta lezione dedicata alla moneta, e in particolare alla sua concezione “endogena” che accomuna economisti eretici e banchieri centrali, ci si avvicina alle politiche economiche, e in particolare monetarie, adottate in Europa dal 2008. Le politiche monetarie sono state le sole concretamente attivate nell’Unione Monetaria Europea  per contrastare la crisi, seppure con un significativo ritardo compensato successivamente dall’attivismo di Draghi. La politica fiscale ha invece remato contro. Le ultime due lezioni sono dunque destinate a rendere accessibili i principali eventi che hanno riguardato l’Unione monetaria europea, e le ragioni che rendono difficile preconizzare un serio cambiamento in direzione keynesiana del vecchio continente.
Il libro ha avuto un ottimo risultato di mercato, con tre ristampe (finora) e un’edizione economica prevista per il prossimo anno. Cos’è cambiato nella situazione europea dalla sua pubblicazione nel settembre 2016?
La previsione di alcuni di una reazione populista a decenni di politiche neoliberiste si è avverata, in Europa con la Brexit e la vittoria nelle elezioni italiane di Movimento Cinque Stelle e Lega; negli Stati Uniti con la vittoria di Trump. “El momento Polanyi” ho definito questi eventi (un’espressione che è piaciuta molto al mio amico spagnolo Manolo Monereo, grande intellettuale e deputato di Podemos).[1] Come nelle aspettative di Polanyi, tuttavia, non è stata la sinistra a guidare la protesta elettorale, bensì la destra. La sinistra italiana - ma anche in altri Paesi - se da un lato appare sempre più debole, dall’altro è lacerata al suo interno fra chi è attaccato agli ideali di internazionalismo e cosmopolitismo, e chi invece, senza rinnegare quegli ideali, ha riscoperto l’importanza della sovranità nazionale come difesa della democrazia popolare. Mio maestro in questo è stato Massimo Pivetti che già in tempi non sospetti ha denunciato il disegno europeo come sottrazione degli strumenti di politica economica ai singoli Paesi, e dunque come svuotamento del conflitto distributivo e dunque della democrazia. Pensare a una democrazia sovranazionale fra Paesi molto diversi, in primo luogo economicamente, vuol dire assecondare questo disegno liberista. Piaccia o meno, persino le classi lavoratrici di Paesi a diversi livelli di sviluppo non sono disponibili a condividere il proprio benessere. La destra questo l’ha capito e lo strumentalizza a proprio vantaggio (che non coincide con gli interessi dei ceti popolari). La sinistra tradizionale non l’ha capito e predica un solidarismo inviso alla gente e che la rende impopolare e l’espone all’accusa di essere espressione di sole élite cosmopolite.
Dall’avvio del Quantitative Easing l’economia europea ha visto una fase di recupero, ma con differenze significative fra i Paesi. L’Italia è in particolare risultata il fanalino di coda della ripresa. Più ligia di altri Paesi al rigore fiscale, l’Italia avrebbe necessità di un forte rilancio della domanda interna. Questo sarebbe possibile, come argomento nel mio nuovo libro,[2] se la Banca Centrale Europea assicurasse un pieno sostegno ai titoli di Stato italiani abbassandone il rendimento a livelli di quelli tedeschi, ciò che consentirebbe una moderata politica di spesa in disavanzo senza aggravare il già elevato rapporto debito pubblico/PIL. In assenza della possibilità di svalutare la propria moneta, sarebbe anche necessaria all’Italia una forte espansione europea tirata dalla Germania.
Purtroppo Berlino ha invece accentuato le sue politiche restrittive conseguendo addirittura avanzi di bilancio fiscale, mentre i suoi surplus di bilancia dei pagamenti hanno raggiunto livelli grotteschi (usando l’aggettivo utilizzato al riguardo già negli anni cinquanta da un commentatore), scatenando così le comprensibili ire di Donald Trump. Il presidente francese Macron ha nel frattempo avanzato delle timide proposte di riforma dell’Eurozona a cui si è contrapposto un fermo nein della Germania. L’attuale compromesso sul tappeto consiste solo di un irrigidimento delle regole fiscali. L’Italia è ovviamente su una posizione di rifiuto.
Mentre scrivo, il nuovo governo italiano (M5S più Lega) è schizofrenico fra le garanzie che intende dare all’Europa sui conti pubblici, e le costose promesse elettorali, anch’esse schizofreniche: il M5S sostenitore del “reddito di cittadinanza” e la Lega della “flat tax”. Anche se economisti critici dell’Europa monetaria hanno importanti incarichi ministeriali, ancora nessun piano alternativo a quelli franco-tedeschi è stato avanzato da questo governo, la cui popolarità è tuttavia cresciuta per le istanze anti-immigrazione del leader della Lega. La sinistra sta cadendo nella trappola di contrastare il governo su questo tema, rendendosi così ancor più impopolare, invece di incalzarlo sui temi economici e sociali. Con la fine del Quantitative Easing e la sostituzione di Draghi il prossimo anno l’Italia rischia grosso. Ma la sinistra, invece di contestare l’Europa pressando il governo a una organica opposizione alle politiche europee, sembra tifare per Bruxelles. Sarebbero tempi interessanti, se accadessero in un altro Paese e non nel proprio. Gli amici argentini mi capiscono molto bene.
Roma, 11 agosto 2018
(grazie a Giancarlo Bergamini per la solita assistenza editoriale)





[1] https://www.cuartopoder.es/ideas/2016/11/09/el-triunfo-de-trump-el/535/
[2] Cesaratto, S. (2018), CHI NON RISPETTA LE REGOLE? Italia e Germania, le doppie morali dell’euro, Imprimatur, Reggio Emilia.

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