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domenica 25 agosto 2013

Il caso argentino e l'Italia, un articolo di due economisti argentini

Due amici argentini han pubblicato su il manifesto (ah, se si decidesse a pubblicare sempre cose di questa qualità!) un articolo molto utile, ma anche con una tesi controversa. Si può naturalmente concordare che un sviluppo a colpi di svalutazione per mantenere un "tasso di cambio competitivo" può non funzionare come ci si aspetta. Non è detto che le esportazioni reagiscano - esse potrebbero dipendere dalla domanda estera, per esempio l'andamento del Pil cinese condiziona la domanda di prodotti agricoli argentini. Si importa, inoltre, inflazione, e ciò comporta un minore potere d'acquisto dei salari, ciò che può tradursi in una minore domanda anche per i prodotti nazionali. Tutavia, almeno per il caso italiano, se decidessimo che la perdita della flessibilità del cambio è irrilevante, di che staremmo a lamentarci? In verità soffrire di un tasso di cambio non-competitivo è anche un grave problema. La flessibilità del cambio consente a un paese di recuperare la maggiore inflazione - e dunque la perdita di competitività delle proprie merci - rispetto all'estero, cosa che il nostron paese non ha più potuto fare. Inoltre l'Italia si adopererò, come cha spesso suggerito Augusto Graziani, di mantenere stabile il cambio col dollaro, con cui paghiamo le importazioni energentiche, e svalutare con il marco, per recuperare competitività. Il dibattito è aperto.
 
Un keynesismo forte fa respirare l'Argentina
*Roberto Lampa e Alejandro Fiorito (nella foto a Buenos Aires)

Il Pil si assesta a un +6%, la disoccupazione scende dal 25 al 7%, la distribuzione del reddito è in costante miglioramento. E senza l'arma della svalutazione del peso.
Agitata a mo' di spauracchio dai sostenitori ad oltranza dell'austerità targata Unione europea o incensata come paradigma da imitare dal grillismo più radicale, l'Argentina occupa ormai uno spazio indiscusso nel dibattito politico italiano: «Faremo la fine dell'Argentina » o «Bisogna fare come l'Argentina » sono diventati così due aforismi, ricorrenti e perfino abusati, nella discussione sulla crisi economica in corso. Simili giudizi sono finora restati ad un livello d'analisi estremamente superficiale, scontando per di più l'utilizzo di lenti deformanti "primo-mondiste" con le quali sovente si tenta di osservare il complesso, e talvolta contraddittorio, continente latinoamericano, piegandolo alla stringente attualità nostrana. Tuttavia, una volta inquadrato nella sua specificità, il caso argentino può effettivamente contenere alcune indicazioni cruciali per il dibattito sullo stato (comatoso) dell'economia italiana ed europea.

mercoledì 30 maggio 2012

Sugli Eurobond


Questo articolo uscito oggi su il manifesto col titolo "La finta panacea degli Eurobonds per un'europa a corto di idee" si collega agli ottimi interventi di Marco d'Eramo, una delle voci più lucide di questo paese, sopratutto nel denunciare il disperante provincialismo del dibattito italiano. Non concordo completamente con lui, tuttavia, quando individua i problemi europei in un deficit di democrazia e la soluzione in una sinistra europea. Purtroppo questi richiami lasciano il tempo che trovano e rischiano di essere anch'essi un deus ex machina. Purtroppo la materialità, come cerco di spiegare sotto, è che in un'Europa solidale i tedeschi pagano, una volta che la periferia cedendo lo strumento del cambio ha perso la propria capacità di autosostenersi senza aiuti esteri. Questo è il puzzle. Dobbiamo inventarci qualcosa, ma non so cosa. Intanto la Spagna si avvia a diventare il quarto paese europeo fuori mercato. Evidentemente la storia, a passi veloci, sta trovando le soluzioni per noi.
La pezza degli Eurobonds
Sergio Cesaratto 
Alla ricerca di un’ancora che la porti fuori dalla crisi, l’Europa progressista si è di nuovo aggrappata all’idea degli eurobond che, eclissatasi per un po’, è stata ora rilanciata da Hollande. L’opposizione tedesca non appare, tuttavia, a mio avviso del tutto ingiustificata - sebbene questo non scagioni la Germania dalla responsabilità di proporre alternative al suicidio dell’Europa. La richiesta disperata del non certo acuto leader spagnolo Rajoy di un intervento della BCE a sostegno dei debiti sovrani ci appare invero come una misura immediata più fattibile e imprescindibile. Infatti una socializzazione europea dei debiti sovrani, mentre comporterebbe un aggravio di spesa per interessi per la Germania, non porterebbe alla lunga a una significativa riduzione di quelli che mediamente verrebbero pagati sulla parte dei debiti europeizzata, lasciando inoltre alla mercé dei mercati la parte eccedente. Questo per due motivi: (a) continuerebbe a mancare un ruolo della BCE quale garante di ultima istanza dei debiti sovrani sia con riguardo alla parte messa in comune che, tantomeno, di quella rimasta nazionale; i mercati continuerebbero dunque a dettare i tassi di interesse; (b) i problemi di fondo che hanno generato la crisi europea rimarrebbero insoluti, e questi non hanno a che fare con la crisi dei debiti sovrani che è effetto, non causa, della crisi. Gli eurobonds, dunque, non assicurerebbero né una discesa significativa degli spread sovrani, né la soluzione delle cause di fondo della crisi. Non è a caso la Germania li rifiuta vedendoli come un cappio che la legherebbe all’annegante resto d’Europa.